Di nuovo in viaggio: il mondo fuori

Davide è un nostro caro amico. È stato il nostro vicino di casa per due anni e ci siamo molto affezionati a lui. Lo scorso natale ha deciso di raggiungerci con il suo motorhome per viaggiare un po’ con noi lungo la costa della Spagna. Aimé, un guasto alla testa del motore lo ha costretto a lasciare il suo mezzo da un meccanico vicino a Granada, e a rientrare in Italia per aspettare che il camper fosse riparato. L’emergenza Covid, improvvisamente, ha bloccato Davide in Valtellina senza la possibilità di tornare a prendere il suo mezzo, trovando fortunatamente ospitalità da un amico.

Ora che i confini sono stati riaperti in lui si è riaccesa la volontà di riunirsi alla sua casa mobile, affrontando il viaggio verso la penisola iberica. Venuti al corrente dei suoi progetti, gli abbiamo fatto una proposta: “perché non usi il nostro furgone sei posti, parcheggiato in un garage in valle, per arrivare fino a Granada? A noi servirebbe un mezzo di trasporto agevole con cui muoverci sul territorio, e tu risparmieresti i costi del viaggio, che noi ti rimborseremmo, per arrivare fino al meccanico, dove ci incontreremmo per stare, se vorrai, anche un po’ insieme.”

Davide ha accettato con piacere, e per noi è stato il pretesto per rimetterci sulla strada con il nostro camper Icaro, e passare qualche giorno girovagando per l’assolata Andalusia.

È la prima volta dopo la quarantena che maciniamo un po’ di chilometri e respiriamo l’aria e l’atmosfera del post-pandemia, tra incertezze , speranze e nuovi timori.

Dopo un avvicinamento serale al confine portoghese – spagnolo, il primo di luglio, alla riapertura ufficiale delle frontiere, in un unica giornata raggiungiamo il luogo d’incontro stabilito, dove Davide e la nostra cagna Rebe, ci aspettano con impazienza.

Purtroppo Davide all’arrivo dal meccanico ha una brutta sorpresa: durante il periodo di chiusura dell’officina il suo furgone, lasciato incustodito, è stato scassinato e svuotato di molti degli oggetti all’interno; il suo viaggio sulla strada inizia così con amarezza per il grave danno subito: il pensiero che delle persone si approfittino di un momento così critico per rubare e mettere deliberatamente in difficoltà qualcun’altro è scoraggiante. Lo invitiamo così a passare qualche giorno insieme, prima di riprendere il tragitto verso lo stivale italiano.

Cercando di lasciarci indietro i brutti pensieri, scegliamo di dirigerci verso luoghi freschi e montani, lontano dalla costa; arriviamo così nella valle del torrente Dilar, una stretta apertura tra le montagne della Serra Nevada, con acqua gelida e grandi alberi ombreggianti.

Qui ci riposiamo dal viaggio e ci raccontiamo le esperienze degli ultimi mesi. Ci rendiamo conto che Davide, come molti altri amici valtellinesi, hanno vissuto momenti difficili tra isolamento, mancanza di lavoro e il vedere sfumare davanti agli occhi molti dei propri progetti per il futuro.

Casualmente, i nostri vicini sono una coppia italiana, con cui facciamo amicizia e ci confrontiamo sulla situazione attuale; sono Samuele e Pat, lui nomade da ormai undici anni e lei da quasi tre, reduci da un violento sfratto avvenuto all’inizio della quarantena presso le terme di Santa Fè, poco lontano. Per molte persone on the road l’inizio della quarantena ha significato la perdita di equilibri e relazioni costruite in luoghi pubblici adibiti ad aree di sosta dove, repentinamente, si è deciso di sgomberare e lasciare le persone abbandonate a loro stesse, con la difficoltà di trovare un posto sicuro dove insediarsi.

“Noi nomadi abbiamo perso la nostra libertà” mi dice Samuele, con un tono di rimpianto e di una sorta di ingiustizia subita che mi ha molto toccato.

Le nostre successive tappe con il nostro amico sono piacevoli e rilassanti finché, in marcia verso Ronda, il camper di Davide inizia a fumare spaventosamente dal tubo di scappamento: un grande spavento ma nulla di grave, solo troppo olio nel serbatoio, che era traboccato e si era infiltrato nelle altre parti del motore, surriscaldandosi e facendo fumo.

Il nostro compagno però non la prende così alla leggera; non è la prima volta che il suo mezzo gli dà problemi e ha paura che, con il caldo torrido dell’Andalusia, possa rimanere di nuovo a piedi. A malincuore decide perciò di salutarci e tornare verso Barcellona, dove il 22 luglio lo attende il traghetto per Genova.

Non è facile in questo momento essere nomadi, non è facile in questo momento rischiare di affrontare spese non previste, non è facile affrontare l’incertezza di dove ti troverai se dovesse scattare un’altro allarme di emergenza sanitaria, non è facile trovarsi in mezzo a persone di luoghi sconosciuti e incontrare sguardi di diffidenza e paura.

Sulle strade che percorriamo notiamo che i camper sono quasi assenti, solo qualche motorhome spagnolo. Gli intensi mesi appena trascorsi hanno lasciato una scia di insicurezza, prudenza, voglia di essere circondati dal conosciuto; hanno creato uno spazio di distacco, dubbio, disagio tra le persone, a volte latente altre molto manifesto, che si percepisce nell’aria. Nel nostro viaggio di ritorno verso quella che ora è la nostra casa, riflettendo, comprendiamo la grande differenza tra quella che è stata la nostra quarantena e quella della maggior parte delle altre persone. La nostra scelta comunitaria ci ha protetto dall’isolamento fisico ed emotivo; il nostro vivere in natura fuori dai centri abitati ci ha dato, e ci dà tuttora, la possibilità di non far entrare nella nostra quotidianità l’utilizzo di dispositivi di sicurezza come mascherine, guanti e detergenti anti-batterici vari, che cambiano e modificano, fisicamente e psicologicamente, il modo di vivere il mondo che ci circonda.

Non vogliamo rimanere nella nostra bolla, isolati dal mondo, ma vogliamo preservare la nostra forma mentis, concentrandoci su ciò che per noi è imprescindibile per vivere una vita che valga la pena di essere vissuta: fiducia nell’incontro con lo sconosciuto, nella natura, di cui tutti noi facciamo parte in questo mondo insieme a batteri, piante, animali, e chissà quante altre particelle di cui ignoriamo l’esistenza, fiducia in ciò che sta avvenendo e ciò che ancora avverrà.

Insieme alla voglia di integrarci nel tessuto sociale, di conoscere ed esplorare il territorio nel quale stiamo vivendo, valutiamo il livello di compromesso a cui dobbiamo sottostare.

Io e In qualche giorno fa, siamo andate a informarci su un corso di Capoeira per bambin* a Silves. Siamo arrivate che la lezione stava terminando; i bambini erano seduti in quadrati disegnati sull’asfalto di tre metriquadri, distanti uno dall’altro di altri tre metri, non potevano avvicinarsi. Il maestro scherzava e giocava con loro con la mascherina sul viso, e con una bottiglietta di detergente anti-batterico in mano, pronto a spruzzarla sulle mani dei bambini prima di uscire dal campo. Pur essendo molto interessate alla disciplina, abbiamo ritenuto che non vogliamo fare vivere ai nostri figli situazioni di questo genere, finché non sarà strettamente necessario.

Il corso di capoeira può aspettare, la potenza di certi vissuti rimangono per sempre.

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