Blu come l’acqua, blu come il cielo: il viaggio verso nord e l’hammam di Chefchaouen

In una giornata passata in Marocco, l’amica Ileana, conosciuta sulla strada, mi ha detto: “Ora capisco perché i marocchini usano così tanto i colori blu e azzurro per dipingere gli oggetti con cui vivono e le case in cui abitano! Basta guardare la meraviglia di questo cielo, un blu così intenso da affezionarcisi a prima vista!”.

Aveva ragione. Il blu, in tutte le sue tonalità, è un colore ricorrente nel paesaggio marocchino: a ricordare il cielo sempre così limpido e profondo, l’oceano nella sua forza e nelle sue onde grandi e spumeggianti, e l’acqua dolce, bene prezioso più dell’oro nelle zone desertiche del sud del paese e sapientemente incanalata ai piedi delle montagne per utilizzarla nell’agricoltura e per l’abbeveraggio di persone e animali.

A pensarci bene l’acqua è stata, più o meno consapevolmente, il filo conduttore di tutto il nostro itinerario in terra africana. Anche dopo aver lasciato le coste oceaniche e aver cominciato la risalita nell’entroterra, le nostre tappe sono sempre state collegate a questo elemento.

Dopo aver detto addio all’oceano all’altezza di Marrakesh, la nostra caravana ci ha portato a costeggiare la catena montuosa dell’Alto Atlante sul lato occidentale, dove abbiamo speso le nostre giornate su alcuni dei numerosi “barrage” che disseminano il territorio, laghi artificiali dalle mille sfumature e circondati da terra rossa e grigia, creati con l’aiuto di enormi dighe. Una parte di noi ha lasciato la costa con piacere, sperando di conoscere un Marocco meno legato al turismo e di entrare in contatto con la genuina accoglienza africana, che non ha tardato a mostrarsi.

La nostra prima sosta lontano dall’acqua salata è stata “in mezzo al nulla”, in un campo di terra rossa accanto a una casa in costruzione, nella campagna tra due paesi. Come sottofondo si udivano, insieme ai ritmici richiami del Muezzin dai minareti che invitavano alla preghiera, le urla di giubilo ed eccitazione di una folla di tifosi che stavano partecipando come spettatori a una partita di calcio a mezzo chilometro da noi. La comparsa di un camper non è passata inosservata, e subito si sono presentati davanti alla porta del nostro camper due uomini e alcuni ragazzini. Tomas ha offerto loro dolcetti e the, mentre io accompagnavo Federico e Pietro a sgranchirsi le gambe dopo le ore di viaggio. Il sole era già tramontato e si stava facendo buio, tutti erano tornati alle loro case, e noi sul camper a preparare la cena, quando abbiamo sentito bussare, e aprendo ci siamo trovati davanti i nuovi amici, uno dei quali stringeva in mano un piccolo polletto bianco gemente: voleva offrircelo come simbolo di amicizia e benvenuto. In cinque minuti il malcapitato animale era decapitato, spiumato e spellato e ci veniva donato: siamo rimasti a bocca aperta nel ricevere un regalo così prezioso e, ricambiando con un vaso del nostro miele, ci siamo riempiti il cuore a vicenda di calore e fratellanza. La mattina successiva ecco arrivare un ragazzo in bicicletta passato prima di andare a scuola per invitarci a pranzo presso la sua famiglia, ma noi stavamo partendo e abbiamo declinato con dispiacere ma tanta gratitudine. Sono stati momenti memorabili per tutti noi.

Le giornate ai piedi delle montagne sono passate spensierate, tra esplorazioni, manipolazione e cottura sul fuoco di terra argillosa trovata sulla riva del lago Bin el-Oudane e tentativi di pesca, sempre circondati da cani randagi (pacifici e amichevoli), pecore e capre.

La tappa successiva ci ha fatto ritrovare l’acqua sul nostro cammino, stavolta allo stato solido, in forma di ghiaccio e neve, se pur solamente sui tratti ombrosi. Abbiamo sostato per un paio di giorni nella foresta del parco naturale di Ifrane, famosa perché dimora di una specie di scimmie attualmente a rischio di estinzione, le bertucce. Era la prima volta che i bambini avevano un incontro ravvicinato con i nostri parenti primati, e la paura è volata via rapidamente quando abbiamo notato che le scimmie erano abituate, vicino al parcheggio dove abbiamo dormito, alla vicinanza dell’uomo e a ricevere cibo, sebbene il nostro cane Vicky le spaventasse non poco, avendo riattivato il suo istinto da cacciatrice; abbiamo potuto osservarle attentamente e notare i loro comportamenti e la loro fisionomia, il loro modo di comunicare e la loro agilità sui grandi alberi di cedro che vivono in questo stupendo parco. Giocare sul ghiaccio e la neve, se pur in vestiti leggeri, ci ha ricordato il punto zero del nostro viaggio, la familiarità con l’inverno innevato valtellinese che noi negli ultimi anni non abbiamo quasi vissuto.

Ci siamo spostati ancora più a nord, e le ultime tre tappe del nostro ritorno sono state tre grandi città: Fez, Chefchaouen e Tetouan, ognuna con la sua anima e il suo carattere.

Fez è la madre, la grande città imperiale che porta con sé i segni dell’antica storia del popolo marocchino, caotica nella sua medina, costituita da mille vicoli stretti tra alte mura da cui il cielo si vede lontano, divisa dalla città nuova dal grande cimitero ebraico.

Tetouan è il verde della montagna, sulla catena montuosa del Rif, se pur molto grande (conta 330.000 abitanti circa), è calda e accogliente, piena di vita sui tanti prati scoscesi che compaiono tra i gruppi di case, da cui i bambini scivolano e rotolano e sulla cui erba le famiglie fanno pic-nic.

Chefchaouen è la città dove le case si fondono con il cielo e hanno il colore dell’acqua, non a caso chiamata “la città blu”.

A prima vista l’abbiamo trovata differente da come ce l’aspettavamo, immaginandola davvero tutta blu, e notando invece solo le macchie azzurre tra il bianco e il rosso scuro della maggior parte delle abitazioni: poi passeggiando sulle sue strade abbiamo scoperto il suo fascino, i suoi piccoli scorci in cui sembra di immergersi sotto la superficie dell’acqua, di camminare sul mare e di toccare il cielo. Qui mi sono decisa a provare l’esperienza dell’hammam.

Avevo letto degli hammam in molti articoli sul Marocco, e mi avevano sempre suscitato un misto di attrazione e inadeguatezza, al pensiero di avventurarmi da sola nei frequentati bagni marocchini in cui, a turno, gli uomini e le donne si recano per pulirsi approfonditamente attraverso rituali e utensili tradizionali. Il desiderio di tuffarmi in un’esperienza condivisa da altre donne e di regalarmi un momento di purificazione ha vinto sui freni di uscire dalla mia zona di confort, e così l’ho dichiarato apertamente: sarei andata nel primo pomeriggio a “Bain et douches Barakat“, l’hammam pubblico cittadino. Avevo già con me il Savon beldi, il gel pulente tradizionale, e dopo aver acquistato il kis, un guanto ruvido per la pulizia del corpo, mi sono presentata all’entrata. Dopo aver pagato 13 dirham (poco più di un euro), ed essermi spogliata in una stanza spogliatoio in cui ho conosciuto la donna responsabile del turno femminile, eccomi entrare in tre stanze comunicanti, dalla cui ultima usciva un’immenso vapore da una fontana con due rubinetti accesi. Con l’aiuto delle donne presenti, che sono state subito pronte ad aiutarmi notando la mia inesperienza, ho riempito dei secchi di acqua caldissima e mi sono posizionata nella stanza più calda con uno sgabellino. E ho cominciato a pulirmi.

Dapprima titubante, poi con sempre più gusto, mi spalmavo la crema detergente per poi passare il guanto, delicatamente perché aveva la ruvidità della carta vetrata! Lo stare prendendomi cura del mio corpo nudo in mezzo ad altre donne, bambine, ragazze, anziane, altrettanto nude, che si prendevano cura una dell’altra con naturalezza e genuinità mi ha commosso, afferrando la bellezza che avevo intorno e la ricchezza di quei momenti di unione e contatto femminile. È stato il più bel regalo che il Marocco mi abbia fatto in questo mese e gliene sono grata.

Ora siamo vicino al porto di Tangeri, sento le onde ritmiche del Mar Mediterraneo e posso vedere le luci della costa spagnola dalla finestra. L’avventura marocchina per quest’anno sta per concludersi, ma già parliamo come se fosse scontato che l’anno prossimo ci torneremo. Domani attraverseremo la striscia d’acqua che ci separa dall’Europa e lasceremo l’Africa dall’altra parte dello stretto.

Shukran Maroc, Bessalama. Grazie Marocco, arrivederci.

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