Tarifa: verso la luce

Da sempre, ancora prima di vivere in camper, io e Tomas abbiamo scelto di non avere la televisione nella nostra casa.

Ora, quando desideriamo vedere un film, ricorriamo al computer, che prima di partire abbiamo rifornito di documentari, film di animazione e pellicole di vario genere.

La storia di cui voglio parlarvi, e che mi risuona in questi giorni, è l’avventura narrata nel cartone “I Croods“, che narra di una famiglia di cavernicoli, delle loro avventure e delle dinamiche familiari che scattano quando un giorno, per un terremoto, si ritrovano senza la loro amata caverna, dalla quale escono solo per procurarsi il cibo per sopravvivere. Caverna amata da tutti tranne che dalla figlia maggiore Eep, che ha sempre detestato l’oscurità del loro rifugio; è infatti in perenne scontro con suo padre Grug, che cerca di insegnare alla sua prole che “la paura fa bene e la curiosità fa male”, che non bisogna mai smettere di avere paura, che tutto ciò che è nuovo è fonte di guai. Il cambiamento sarà però inevitabile senza una tana e alla ricerca di una nuova caverna, circondati da un mondo che sta morfologicamente cambiando, e in viaggio con un nuovo compagno, il giovane Guy, che a differenza loro ha il progetto di “seguire la luce per raggiungere il domani”.

Le diverse modalità di Guy di affrontare le avversità fanno subito notare che usare il cervello, avere delle idee ed esplorare per capire e convivere con il resto degli esseri viventi, è la tattica giusta per VIVERE e non solo sopravvivere, che il cambiamento è necessario per crescere e andare avanti, e che aprirsi a nuove possibilità senza lasciare che la paura vinca sulla speranza è la mossa vincente per avere una vita che vale la pena di essere vissuta.

La paura è un’emozione primaria, che accomuna gli esseri umani a tutti gli altri animali di questo pianeta. È interessante leggere la definizione che ne dà il vocabolario: “Emozione primaria di difesa, provocata da una situazione di pericolo che può essere reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia. La paura è spesso accompagnata da una reazione organica, di cui è responsabile il sistema nervoso autonomo, che prepara l’organismo alla situazione d’emergenza, disponendolo, anche se in modo non specifico, all’apprestamento delle difese che si traducono solitamente in atteggiamenti di lotta e fuga”. La paura, dunque, è stata ed è tuttora fondamentale per reagire istintivamente in caso di bisogno reale; ma come facciamo a capire quando lo è davvero, e quando invece razionalmente possiamo lavorare di cervello e superarla in quanto nessun pericolo ci sta minacciando?

Noi, donne e uomini, siamo mammiferi così complessi, è una delle nostre bellezze. E nella grande complessità che è la nostra vita moderna spesso ci perdiamo. Poi accade qualcosa che ci smuove e ci costringe a ritrovare una strada e a scegliere che tipo di vita vogliamo, se vivere, lasciando spazio alla paura, o sopravvivere, andando verso la luce.

Vi voglio raccontare le storie di alcune persone con cui abbiamo passato quest’ultima settimana. Tornati dal Marocco abbiamo parcheggiato il nostro camper su una lunghissima spiaggia vicino Tarifa, playa de Los Lances, con l’idea di rilassarci qualche giorno prima di riprendere il viaggio in direzione del Portogallo. Tarifa ci ha accolto con il suo cielo azzurro e limpido, con i suoi venti trascinanti e la sua sabbia chiara e fine. Ad accoglierci c’erano anche Anthea, Grant e il piccolo Lorcan, nostri amici viaggiatori che conosciamo da tre anni e con cui abbiamo condiviso momenti importanti della nostra vita nomade; ritrovarli per noi è un po’ come riabbracciare un pezzo di famiglia, così affini sotto molti punti di vista, ma anche diversi e complementari in altri aspetti.

Nomadi e viaggiatori da sempre, vivono in un furgone da circa dieci anni e viaggiano per l’Europa, svernando spesso tra la Spagna e il Portogallo, con ritmi lenti e molta semplicità.

Stare vicino e insieme a loro mi lascia ogni volta addosso un senso di gratitudine per la vita che li accompagna sempre e che trasmettono a chiunque condivida con loro del tempo. La gioia di vivere in libertà, con il minimo indispensabile e le loro passioni: l’equipaggiamento da kitesurf di Grant, una miriade di strumenti musicali che suonano entrambi con sapienza e arte, e una cassetta di libri, giochi e tesori di Lorcan. Parlando con Anthea capisco che è legata indissolubilmente al presente, al sole che scalda e all’acqua dell’oceano, al cucinare e gustare ogni pasto come un dono prezioso, all’intrecciare relazioni con naturalezza e spontaneità, senza chiedere nulla in cambio.

È dialogando con dei nostri vicini di camper che ha saputo di Caroline e, parlandomene, abbiamo scelto di intrecciare le nostre vite con la sua.

Caroline è una donna di 52 anni, che gestisce un piccolo campeggio vicino a Zurigo. L’anno passato ha portato avvenimenti nella sua vita che hanno spostato l’ago della bilancia delle sue priorità, facendo nascere in lei molti dubbi; così ha deciso di lasciare in gestione la sua impresa al figlio e di partire con il suo cane Chilly per un viaggio di durata ancora da definirsi, per riscoprire se stessa e quello che vuole. Il destino ha voluto che, sulla spiaggia di Los Lances di Tarifa, durante un’escursione a cavallo, animale di cui lei è sempre stata appassionata, una mossa brusca dell’equino la facesse cadere da cavallo, provocandole la frattura di due vertebre; fortunatamente non ci sono stati danni irreparabili, e niente che giorni di riposo assoluto e cure mediche non possano risanare. Immediatamente amici e parenti si sono adoperati per organizzarle il rientro in Svizzera, ma lei no; lei ha deciso che non vuole interrompere il suo viaggio.

Una scelta così coraggiosa ha attivato molte persone intorno a lei, che si sono offerte di portare a spasso Chilly, di prepararle da mangiare, di lavare i piatti, aiutarla a muoversi dal letto e farle compagnia; e lei ha deciso di affidarsi e fidarsi, di accettare ciò che è successo senza farsi prendere dal panico, avendo bene in mente la strada che vuole percorrere e al contempo abbandonando il controllo di ciò che succederà nelle prossime settimane.

I suoi occhi mi hanno trasmesso forza e lucidità, le sue parole mi risuonano ancora quando penso a lei: “Io non voglio rinunciare alla luce di questo sole, all’aria fresca che entra dalla mia finestra, e alla pace di questo posto per andare nel mio buio appartamento di città. Credo che la vita mi stia dicendo che è giunto il momento per me di fermarmi qui dove sono e di non scappare. Finché ci saranno persone che hanno voglia di aiutarmi e finché mi sentirò sicura qui io non mi muoverò, mi prenderò cura del mio corpo e della mia mente, e piano piano vedrò quello che succederà”.

Il trovare sul mio cammino due donne coraggiose che hanno scelto di vivere la strada della luce mi ha risvegliato dal torpore della fase di cambiamento che stavo vivendo, del piccolo grande salto dall’Africa all’Europa, per iniziare una nuova fase del nostro viaggio.

In tutto questo le notizie di quotidiani e siti di informazione hanno riportato la paura alla ribalta, con l’emergenza del coronavirus che è comparso anche in Italia, soprattutto nella regione da cui noi proveniamo, e che si sta diffondendo ormai dovunque. Anche in questo caso la domanda è sempre la stessa: vivere nell’angoscia o seguire la luce?

Io ho deciso che lavorerò per portare la luce nella mia quotidianità e in quella delle persone che mi stanno vicine, lasciando andare il controllo su una vita di cui la morte è una sorella inseparabile, e vivendo con gioia, ridendo a squarciagola e godendo di tutte le cose belle che ho.

E tu?

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