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Radicarsi per vivere il presente

A volte mi sento una barca in balia del vento: ho una vela grande e robusta, e so come governarla, al contempo so che il mio viaggio dipenderà non solo dalla mia esperienza e abilità, ma che molte altre variabili altrettanto incisive influenzeranno la mia traiettoria, la durata e la meta del mio viaggio. Nulla è certo e tutto può essere diverso da come ce lo aspettiamo. In questo momento, se penso al mio futuro e a quello della mia famiglia faccio fatica ad avere una visione chiara di dove saremo, cosa faremo, quale equilibrio di vita troveremo da qui a cinque anni.

Queste immagini poco nitide a volte mi destabilizzano, mi fanno perdere la bussola di ciò che abbiamo scelto e del sentiero che stiamo piano piano tracciando. Ho però compreso che la mia e nostra grande ricchezza è poterci concentrare sul nostro presente e su ciò che ora abbiamo, vogliamo e possiamo fare per migliorare le nostre vite ed esaudire i nostri progetti e desideri.

Abbiamo così deciso di dare il giusto valore a ciò che stiamo costruendo qui, in Portogallo: la stupenda esperienza di convivenza con altre famiglie, il progetto di educazione familiare condivisa, l’impegno nell’autoproduzione di ciò di cui necessitiamo nella nostra quotidianità, ci nutrono e ci fanno felici.

Abbiamo scelto di restare qui tutti insieme, Tomas compreso, il quale avrebbe avuto la possibilità di partire per l’estate a lavorare tra l’Italia e la Svizzera come fonico, ma ha invece scelto di lavorare con il nostro amico Giorgio nel ristorante che lui gestisce da qualche anno; questo anche per non frammentare un processo di radicamento che, dopo la costruzione della nostra casetta, non riguarda solo lo stabilizzarsi nella piccola comunità di cui facciamo parte, ma significa anche cominciare a entrare in connessione con il tessuto sociale di una cittadina dell’Algarve, all’interno della quale viviamo, che finora abbiamo solo assaggiato attraverso la frequentazione di negozi e mercati alimentari, a causa dell’emergenza sanitaria.

Credo che uno dei punti chiave del fare funzionare un progetto di convivenza come il nostro, sia quello di rimanere aperti e connessi con il mondo esterno, e non fare l’errore di chiudersi nella bolla, pur bella che sia, della vita di comunità; sembra scontato ma in realtà, soprattutto quando ci si trova bene con le persone con cui si vive, quasi non ci si accorge che i giorni passano, tra il tempo passato insieme, tra amici grandi e piccoli, tra progetti personali e comuni. Quando però il cerchio della propria vita si stringe solo intorno a ciò, può capitare di sentirsi frustrati nel non sentirsi appagati in determinati bisogni che la comunità per sua fisiologia non soddisfa: può capitare per le amicizie, il lavoro, i progetti personali, le proprie passioni; può capitare a persone grandi e piccole, che si alimentano talmente stando insieme che dimenticano che esiste anche un mondo fuori dal gruppo conosciuto da scoprire e sperimentare.

È così che abbiamo cominciato ad ampliare le nostre frequentazioni, facendo la conoscenza di persone portoghesi con cui ci troviamo molto bene e con cui condividiamo pratiche di vita e scelte etiche, e al contempo buttandoci nelle occasioni di incontro della cittadinanza, per incontrare genti diverse da noi ma compaesane.

Un corso di Batucada ci sta regalando la possibilità di passare un’ora alla settimana percuotendo tamburi tradizionali portoghesi insieme a uomini e donne, ragazze e ragazzi, bambini e bambine di diverse provenienze sociali e geografiche, e grazie alla guida del simpatico Rui, esercitandoci nella riproduzione di ritmi della cultura portoghese e del vicino Marocco.

Sperimentando l’importanza di una comunità allargata, insieme a quella di appartenenza, sono anche riuscita a fare chiarezza nella mia mente e nel mio cuore riguardo i differenti mondi in cui si colloca il progetto di apprendimento condiviso che stanno vivendo Federico e Pietro e il mio percorso personale che mi porterà a creare lo spazio di apprendimento, condivisione e libertà che tanto sogno.

Se osservo la quotidianità che stanno vivendo e con quanta spontaneità ogni famiglia con cui viviamo mette ciò che può e si sente di dare, vedo che siamo davvero il villaggio di cui tanto si parla e che è fondamentale per una crescita sana di bambini e bambine: intanto che sono qui a scrivere I. ha organizzato un cinema nella sua jurta, a cui tutti i piccoli sono invitati; Grant e Anthea hanno avuto l’idea di costruire un dom con canne di bambù e vecchi tubi di irrigazione per creare un nuovo spazio per il gioco e l’apprendimento; e gite e laboratori e giochi… ma più importante di tutto l’amore e la cura con cui tutti ci prendiamo cura di tutti è una conquista più unica che rara, e di questo sono infinitamente grata. La ricchezza di ciò sta nella fluidità, nella gratuità e nell’equilibrio naturale che riusciamo a trovare, rispettando e valorizzando le differenze, le idee e gli approcci di tutti. Questo è un vero progetto di educazione familiare condivisa.

Il mio progetto invece ha spiccato il volo, si è aperto al mondo, e ho capito che ciò che voglio è unire la pratica quotidiana che sto già sperimentando a degli studi più approfonditi nel campo della pedagogia. I prossimi anni per me saranno tempo di sperimentazione e approfondimento, per costruire poco alla volta un progetto che saprò e potrò offrire al di fuori del nostro piccolo cerchio di famiglie, per dare il mio contributo al grande cambiamento epocale di cui siamo tutti parte.

Perciò ricerca, documentazione, università, e tanto tanto tempo con le persone piccole sono i miei obiettivi a breve termine per i prossimi mesi, e per questa lunga estate.

E se ci penso mi sento bene, piena di energia. E so che sono sulla strada giusta.

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