Racconto di un’estate portoghese

È un periodo intenso questo, di prove e cambiamenti continui, nell’apparente immobilità della nostra estate portoghese.

Il caldo torrido si fa sentire e capiamo per la prima volta nella nostra vita cosa sia un sole debilitante; la sete frequente e il refrigerio all’ombra, con acqua e continue doccette non servono a non sentire quanto il corpo si stanchi, lavorando per rinfrescarsi.

Le alte temperature, la mancanza di precipitazioni e il vento spesso impetuoso sono le cause, qui in Portogallo, di un elevato numero d’incendi, che minacciano il territorio da nord a sud. Ci troviamo infatti in uno dei paesi che da qualche anno è sulla lista dei territori colpiti duramente dalle conseguenze del riscaldamento globale, con una quasi totale assenza di precipitazioni durante il periodo estivo, che rende campi e boschi talmente secchi da essere potenziali focolai di incendi che, con il vento che spesso imperversa, possono diventare un’onda rovente inarrestabile. È capitato che scoppiasse un incendio anche vicino a noi, facendoci stare all’erta, e facendoci ragionare, anche per il futuro acquisto di un terreno, su questo aspetto preoccupante che è giusto tenere in considerazione.

Dal mezzogiorno fino alle 8 di sera stare senza filtri sotto il sole è fastidioso dopo pochi secondi.

Non avevo mai vissuto climi così calienti per un così lungo tempo, accettare di dover dosare le energie della giornata per non arrivare stremata al calare del sole è stata una sfida interessante.

Tomas da metà luglio ha iniziato a lavorare come aiuto cuoco nel ristorante di Giorgio, amico e compagno di vita da quando condividiamo il terreno qui in Portogallo, prima a Odemira e ora qui in Algarve.

Questa nuova, anche se temporanea, occupazione lo porta a essere fuori casa tutti i giorni, dalla tarda mattina fino a notte fonda, tranne due mattine di riposo a settimana.

Dopo otto mesi sempre insieme, a dividerci oneri e piaceri, pranzi e giochi, risate e discussioni, è stato spiazzante sentire il vuoto della sua assenza.

È iniziato così per me il tempo di trovare un equilibrio tra ciò che c’è bisogno di fare, ciò che avrei voglia di fare e ciò che i bambini richiedono quotidianamente.

Il gruppo dei minorenni, nonostante le temperature, sono inarrestabili, e dal mattino alla sera inventano nuovi mondi e nuove modalità per stare insieme, grazie anche all’accompagnamento costante di noi maggiorenni: ci sono le nottate in tenda, i pomeriggi al lago o al mare, l’osservazione e lo studio della famiglia di topi (rattus norvegicus) che abita nel cespuglio di rovi proprio accanto al nostro camper, c’è la passione scoppiata per Capitan Harlock ( il pirata spaziale che si batte per la libertà, protagonista di una serie di cartoni animati degli anni ’70), c’è la raccolta dei frutti stagionali (arance, more, fichi e da poco è tempo di mandorle), l’interesse per gli origami, la scoperta di lettere e numeri da parte dei piccoli, l’interesse per il funzionamento del corpo umano, e ancora e ancora. Negli ultimi giorni un piccolo scavo, fatto vicino a una fontanella poco dopo esserci trasferiti, si è trasformato in un cantiere di sperimentazione di dighe, inondazioni, canalizzazione dell’acqua, ingegneria e architettura.

In questi mesi sono tra le donne, con Ines e In, che si occupano da sole della vita quotidiana della famiglia qui al terreno, con la vicinanza e il supporto di Anthea, Grant e il piccolo Lorcan, la famiglia inglese che ha deciso di starci vicino e di approfittare di un luogo tranquillo per terminare qualche lavoro al loro furgone-casa.

Come avevo sperimentato già negli scorsi anni, quando Tomas si assentava per giorni interi tra il lavoro di rifugista e quello di tecnico del suono, dopo un breve periodo di assestamento, il ritrovarsi sola a dover gestire tutto, se preso con lo spirito giusto, aiuta  molto a focalizzarsi sulle faccende necessarie e a non aspettare o aspettarsi che altri lo facciano al posto proprio: sono così più centrata e consapevole su orari, equilibri, dinamiche e umori dei bambini e dell’ambiente che mi circonda.

Tra pasti, piccoli lavori quotidiani e il molto tempo donato ai bambini, che spesso in gruppo sfruttano la fresca ombra dei noci davanti al nostro camper, risucchiandomi spesso e volentieri nel loro mondo, per alcuni giorni non mi è stato facile trovare momenti per ritrovarmi con me stessa, e prestare attenzione ai miei sentimenti, pensieri, sensazioni.

Vivendo costantemente così a contatto con altre persone, amiche e compagne, a volte è difficile trovare un equilibrio tra la voglia di condivisione e il bisogno sano di solitudine e centratura; ognuno ha il suo e se ne può trovare uno comune solo sperimentandosi, ed esplicitando agli altri il proprio. Si tratta a mio parere di uno dei punti fondamentali per una sana e felice convivenza con le altre persone di una comunità: accettare e ascoltare i bisogni e le decisioni propri e degli altri membri del gruppo senza giudizio, e cercare di equilibrarli, parlandone e chiarendosi sempre. Capita che, all’interno del gruppo, la mente crei castelli di tensioni costruiti su incomprensioni, accadimenti poco chiari, dialoghi non terminati, situazioni ambigue; ogni volta però la fiducia uno nell’altro mentre ci si guarda negli occhi riporta al cuore la genuina bellezza di ciascuno dei propri compagni di viaggio, sgretolando i muri del distacco e riaccendendo il calore.

Ho così compreso i miei limiti, le attività che mi danno nutrimento, come imparare a cucire, produrre sapone, impastare e cuocere il pane per me e i miei cari, preparare e autoprodurre libri e attività per i miei figli (naturali e acquisiti J), leggere un libro, scrivere, e quanto tempo al giorno mi serve da dedicare a me stessa per sentirmi appagata, cosicché il resto della giornata ho voglia con piacere di dare spazio a esperimenti, imprevisti, esplorazioni e offrire una mano alle persone che ho accanto.

Il vivere in compagnia, a stretto contatto con natura e ruralità, si scontra tuttavia con le ridotte opportunità di socialità con la popolazione del territorio, a causa del clima di distanza, psicologica e fisica, generata dalla pandemia. Questo isolamento ha ostacolato la nostra volontà di stare a contatto con la gente, la cultura e la lingua portoghesi, e questo mi dispiace molto, e a volte mi fa sentire come su un’isola in mezzo a un mare, senza una barca per andare a esplorarlo.

In questo periodo in cui progetti a breve e lungo termine sono sfuocati e fragili, concentrarsi sulla quotidianità e gioire delle nostre fortune diventano così conquiste giornaliere.

Intanto il nostro percorso di comunità continua, aspettando che i prossimi mesi si mostrino per quello che avranno da offrirci. Il nostro autunno sarà tutto da scoprire.

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