I bambini di Moulay Bouzerktoun

Arriviamo a Moulay Bouzerktoun nel tardo pomeriggio, dopo una giornata intera di viaggio. I chilometri percorsi sono 220 circa, ma avendo fatto la strada costiera abbiamo proceduto lentamente per via delle grosse buche che si susseguono lungo il percorso.

Si sta facendo buio, lasciamo la strada principale per addentrarci in direzione dell’oceano, attraversando il piccolo villaggio. Ed ecco una distesa ghiaiosa a venti metri dal mare si apre davanti a noi, altre quattro o cinque caravane da Francia e Germania stanno già sostando, parcheggiamo e finalmente scendiamo a sgranchirci le gambe e ammirare il paesaggio.

Siamo in un posto stupendo.

Un’immensa lingua di sabbia, che durante la bassa marea rivela una distesa di alghe color verde smeraldo che crea un prato zuppo su cui camminare, disseminato di pozze di acqua trasparente; gli scogli, prima poco visibili, diventano parte della spiaggia, trasformandosi in grandi anfiteatri naturali.

Federico a esplorare il mare con i nostri amici italo-rumeni, conosciuti e incontrati in alcune tappe di questo viaggio

Questo piccolo tesoro, molto più pulito rispetto agli altri siti da noi visitati, è una delle mete estive predilette dai surfisti, ma non è ancora così conosciuto da essere stato fagogitato dal turismo, e mantiene la sua identità marocchina e la sua genuina semplicità.

Un gruppetto di bambini, non appena ci vede parcheggiare, si lancia al nostro inseguimento, trasportando ingombranti borse; ci accerchiano, e iniziano a chiederci di comprare cappelli fatti a uncinetto e sottopentole.

È pane per i denti di Tomas: inizia a scherzare, contrattare, parlare e si fa mostrare tutta la merce; io, Fede e Pietro decidiamo di fare una passeggiata sulla spiaggia, e quando torniamo mezzora dopo Tomas ha già acquistato tre cappelli e un sottopentola!

I bambini del villaggio capiscono che siamo aperti ad ascoltarli e decidono di stanziarsi davanti al nostro camper anche il giorno successivo, nonostante la pioggia intermittente che persiste fino a sera.

Abbiamo così l’occasione di osservare le dinamiche che si susseguono e molte domande ci sorgono spontanee: chi ha prodotto questa merce, palesemente artigianale e ben confezionata? Da dove nasce la loro spinta a passare gran parte della giornata nel tentare di vendere ai turisti? Che ruolo hanno i genitori in tutto questo (Tomas ha notato una bambina fare gesti di vittoria alla madre dopo aver venduto uno dei suoi sottopentola)?

Ci dispiaceva vederli vagabondare senza sosta con i loro fardelli sulla spalla, invece di pensare a giocare, spensierati. 

Contribuiscono al bilancio familiare o fanno ciò di loro iniziativa per guadagnare qualche soldo?

La merce ha davvero dei prezzi esigui: 20 dirham (2 euro circa) per un cappello fatto a uncinetto, 10 dirham per un sottopentola in vimini intrecciato.

Non conosciamo le risposte a tutte queste domande, ma cominciamo ad approfondire la conoscenza dei bimbi, di età tra i 6 e gli 11 anni. 

Il giorno di pioggia diventa per noi un’occasione per fare pulizia, e decidiamo di regalare loro ciò che abbiamo capito essere solo ingombrante e inutile nella nostra vita da camperisti: una piccola aspirapolvere, vestiti di troppo, qualche gioco; nel frattempo comunichiamo con loro in lingua francese, familiarizziamo; veniamo a sapere che questi sono giorni di vacanza per loro, che tra non molto finiranno e torneranno a frequentare la piccola scuola del villaggio. Ci dicono di essere loro stessi i confezionatori di ciò che vendono, ed è forse per questo che ne vanno così fieri.

Il giorno successivo torna a splendere il sole, e siamo tutti sulla spiaggia a giocare a frisbee, dopo colazione e qualche esercizio di lettura e scrittura con Federico e Pietro. Tre bambini ci raggiungono, posano finalmente i borsoni da una parte e si mettono a giocare con noi. Mohammed, Ridà e Aimar, con me, Pietro e Federico, giochiamo alla pari. Sono contenta che i miei figli abbiano la possibilità di vedere le differenze di vite e culture che non sono le nostre, e al contempo di fare esperienza del fatto che siamo tutti uguali, a divertirci un sacco dietro a un frisbee.

Mi accorgo che l’aver spezzato la dinamica “compratore-venditore” è stato il passo decisivo per fare uscire loro dal ruolo, e vederli per quello che sono: dei bambini, ragazzini, e che quello che vogliono e cercano è anche dettato dalla curiosità di entrare nelle storie dei viaggiatori che passano da quella che è la loro casa.

È bello e arricchente per tutti entrare in questo clima di amicizia, invece di soffermarsi sulla superficie e allontanarli per la loro insistenza nel mercanteggiare; insieme a cappelli e sottopentole portano sorrisi, complicità, scambio, se si è aperti a riceverli.

Dopo tre giorni insieme, 6 cappelli e un sottopentola, salutiamo questo posto incantevole, il primo in Marocco in cui tutti noi, grandi e piccini, stiamo lasciando un pezzo di cuore.

1 pensiero su “I bambini di Moulay Bouzerktoun”

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