Playa el Sombrerico: sulla selvatichezza

Sono le 22.00, sono sul camper insieme a Pietro e Federico, che dormono pacificamente nei loro letti; ho appena finito di impastare una ricca pagnotta di farina di farro e semi che infornerò domattina, e Tomas è davanti al fuoco a dialogare di massimi sistemi con Grant, il nostro amico inglese che ci ha raggiunto due giorni fa insieme ad Anthea, la sua compagna, e Lorcan, il loro cucciolo di quattro anni.

E’ ormai una settimana che abbiamo lasciato Capo de Gata per spostarci di pochi chilometri, in una spiaggia vicino alla cittadina di Mojacar chiamata Playa el Sombrerico. Abbiamo scoperto questa piccola perla l’anno scorso, e ce ne siamo subito innamorati: è una piccola baia chiusa tra gli scogli e le colline selvagge che la separano dal centro abitato, creando uno scenario naturale incontaminato. Qui ci siamo permessi di stanziarci tranquillamente, essendo tollerata la sosta dalle amministrazioni spagnole e, separati fisicamente ed emotivamente dal caos del mondo che corre insieme all’orologio, abbiamo scelto, per il tempo che passeremo qui, di vivere una vita “selvatica“.

Selvatico per noi vuol dire trovare una fonte d’acqua e lavorare con terra e sassi per incanalarla e poterne usufruire per il nostro fabbisogno quotidiano.

Selvatico per noi vuol dire ammirare dalla finestra di casa il passaggio indisturbato di tre ungulati nel loro cammino sulle colline alla ricerca di cibo, condividere la spiaggia con due cormorani, che si puliscono le piume prima di rituffarsi in cerca di pesce e avere come vicino di casa un ragno a cui regalare delle succulente mosche.

Selvatico per noi vuol dire svegliarsi al mattino con il sorgere del sole e seguirne il percorso finché non scompare dietro le montagne al tramonto, ammirare la luna nei suoi cicli e le stelle nei loro apparenti movimenti.

Selvatico per noi vuol dire avere come compagno quotidiano il mare, con il suono delle sue onde, talvolta rombante, talvolta soave.

Selvatico per noi vuol dire accettare che le belle giornate non siano solo quelle calde e soleggiate, ma che anche il vento, le nuvole e la pioggia siano occasioni di esperienza, forti emozioni o tranquilla esplorazione.

Selvatico per noi vuol dire aprire la porta del nostro camper al mattino e non chiuderla fino a sera, per quanto possibile.

Selvatico per noi vuol dire vivere con il fuoco come amico, su cui cucinare, con cui scaldarsi, con cui conquistare un equilibrio fatto di esperimenti e timore reverenziale.

Selvatico per noi vuol dire abbandonare la frenesia del dover fare e semplicemente vivere la giornata secondo il ritmo del proprio corpo, dei propri bisogni primari, e in connessione con ciò che succede intorno a noi.

Selvatico per noi vuol dire creare relazioni con le persone che incrociamo: con il pastore e le sue ottocento capre che pascolano pacificamente sulle colline circostanti, con il gruppo di pescatori che fanno notte brava facendo festa in spiaggia e nel frattempo sperano che qualche pesce abbocchi all’amo, con i molti nord europei che migrano da climi freddi cercando temperature più clementi.

Mi piace riportare uno spezzone del libro Pedagogia del bosco di Selima Negro, che sto leggendo con interesse, e che mi sta aiutando molto nell’affrontare questa avventura come donna e come mamma:

“Essere selvatici non significa sottrarsi alle leggi della società e della convivenza, ma cercare l’armonia tra quelle e le altre leggi che governano tutti gli esseri viventi. In questo senso la selvatichezza è, in effetti, l’incontro con l’altro: è la consapevolezza di condividere la nostra casa con altri, e di non esserne i soli padroni.”

Tutto ciò può sembrare poetico, o forse un po’ scontato, ma in realtà non è così immediato sentirsi a proprio agio in un ritmo lento e senza altri stimoli se non quelli che ci si trova davanti agli occhi. La selvatichezza in questo senso è una consapevolezza di cui noi adulti abbiamo il bisogno e la volontà di riappropriarci e che vorremmo che i bambini acquistassero con esperienze significative e quotidiane in natura.

Io mi ci sto abituando piano piano, giorno dopo giorno, imparando a osservare senza che i miei pensieri fuggano da qualche altra parte, camminando a piedi nudi, cercando di lasciare scivolare via quella sensazione di stare sprecando il mio tempo stando “senza fare nulla”.

E’ infatti in questa grande lentezza che stiamo trovando il tempo per capire cosa vogliamo e dove vogliamo andare.

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