Cosa significa lasciare una casa, e una cucina

Manca circa un mese alla partenza e siamo in fase “svuotamento casa”, vendendo, regalando, barattando mobilia e accessori piccoli e grandi che ci hanno accompagnato finora. 

Svuotare la propria casa è un processo più profondo di ciò che ci si immagina; non si tratta soltanto di un grande dispendio di energie per trasportare mobili, mettere annunci, fare scatoloni, e dipingere le pareti di bianco (impegni che se presi con lo spirito giusto possono risultare anche divertenti).

Ce lo hanno mostrato in maniera molto chiara i nostri bambini, molto spesso maestri nell’esprimere emozioni e stati d’animo limpidamente.

Pietro, tre anni a fine agosto, è stato nervosissimo per giorni prima di riuscire a espletare a parole che era confuso del fatto che stessimo mettendo i nostri vestiti in tanti scatoloni e stessimo eliminando i mobili dalla camera da letto. Federico, sei anni compiuti a marzo, non ha avuto problemi nel dire tristemente che gli dispiaceva che questa non sarebbe più stata casa nostra, e che una parte di lui avrebbe voluto viverci per sempre.

Noi adulti molto spesso cerchiamo di nascondere emozioni come tristezza, paura. A molti di noi hanno insegnato che non bisogna piangere, che non c’è niente di cui avere paura. Guardare il lato positivo, così si dice.

Sono d’accordo, al contempo sono convinta che anche la faccia “cupa” dei nostri sentimenti vada osservata, accettata e amata. Ieri pomeriggio per esempio ho venduto in dieci minuti scarsi la cucina che mi ha accompagnato dal momento della dipartita dalla casa dei miei genitori, ed è stata un’esperienza carica di emozioni, e rivelatoria per me!!

Vi racconto come è andata.

Siamo a casa di vicini dopo una passeggiata nel bosco, quando ricevo la telefonata di Tomas, fuori per lavoro, che senza troppi fronzoli mi dice che sarebbe arrivata dopo circa mezzora una coppia interessata alla cucina. Io e Pietro rientriamo così a casa, cominciamo a preparare la pizza per cena, e mentre mettiamo il pomodoro sulla pasta di pane, ecco che suona il campanello. Facciamo accomodare una bella coppia, giovane, visibilmente incinta. Loro non perdono tempo in chiacchiere, vogliono visionare quello che non abbiamo ancora venduto, stanno traslocando e hanno bisogno di un po’ tutto l’arredamento casalingo; noi li invitiamo a vedere la cucina, il divano e i mobiletti del bagno. Dopo un’occhiata veloce ci sentiamo dire: “Ok, prendiamo tutto, va bene se veniamo sabato prossimo con il camion a portarlo via?”. Ci accordiamo sul prezzo e dopo neanche 600 secondi siamo di nuovo io, Pietro e la pizza.

Guardo Federico rientrare e penso che tra dieci giorni non potremo più cucinare lì, se non con fornelletti da campeggio. E’ il momento di cominciare a trasferire la nostra quotidianità sul camper. Quello che mi viene da dire è una battuta sul fatto che, finché saremo in casa, quando la cucina sarà stata portata via sarà come essere in campeggio, a cucinare con i fornelli portatili. Lui ride e pensa subito ad altro, e io mi sento destabilizzata.

Il momento sta arrivando.

Quando si lascia una casa sembra di lasciare al suo interno anche la vita che ci hai vissuto dentro, come se fosse parte dell’arredamento, dei muri, del pavimento.

Sono triste, al ricordo dei desideri che avevamo appiccicato alla porta d’entrata una volta deciso di trasferircisi, alcuni avverati altri no. Sono triste al pensiero di tutte le persone che hanno varcato la soglia per condividere del tempo insieme, e al pensiero che non vi è certezza che la nostra strada ci riporterà in questa valle a vivere.

Al contempo penso che molte certezze in realtà sono illusioni, che i ricordi non si cancellano e che le distanze non rompono legami di amicizia; penso a ciò che ci aspetta e al fatidico istante in cui abbiamo scelto questo futuro, rivivo la sensazione che ho provato. Metto insieme tutto il calderone di emozioni che ho nella pancia, e me le digerisco piano piano. Torna la pace.

Tutto è perfetto per come sta avvenendo.

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